L’antistato e l’umidità a Palermo


Occupare spazi pubblici è la forma di protesta più riuscita del 2011 volendo ricordare il successo mediatico di Zuccotti Park avvenuta a New York City.

La reazione dell’ordinamento a queste forme di proteste è in genere lo sgombero attuato dalle forze dell’ordine ma talvolta, come nei casi più americani, l’arresto degli occupanti.

Alcune delle legittime pretese degli artisti italici, siculi e panormiti in particolare, riguarda la mancanza degli spazi ad essi destinati.

Palermo curiosamente ha lasciato nell’oblio una gran quantità di edifici di pregiato valore artistico, altri sono stati ristrutturati per essere nuovamente dimenticati, a perenne dimostrazione di una elevata professionalità nella specifica attitudine per la mancanza di programmazione con lodevoli risultati nello spreco di danaro pubblico.

I Cantieri Culturali della Zisa sono stati vittima di un autentico scempio da quando, negli anni novanta, furono recuperati, così nei primi giorni del 2012 una larga parte della Palermo artistica ha pensato bene di riportare la questione alle luci della ribalta con tre giorni di occupazione accompagnati da estenuanti dibattiti sul futuro prosieguo dell’azione. Risultato, ad oggi, nulla di fatto.

Il dibattito a cui ho assistito in queste ultime settimane è stato invece più contenuto e seppure sofferente della sindrome di Penelope qualche risultato alla fine sembrava aver prodotto: occupare il posto x.

Il posto x, io lo conosco, ne ho un buon ricordo fin dai tempi del concerto dei Wilco quando una suora della congrega di Maria Teresa di Calcutta ne uscì fuori per distribuire medagliette con l’effige della capo congrega.

Il posto x si trova in un quartiere di Palermo con tante luci ed ombre e nel quale la sua imponenza spicca per fascino misterioso.

Questo dall’esterno, l’interno invece, da quando le calcuttiane hanno levato le tende per trasferirsi altrove, è stato oggetto di un saccheggio degno dei più incaniati seguaci di Genserico.

Chiamati a turno per esprimere il parere se occupare posto x o non occupare il posto x, mi esprimo a favore del posto x ponendo l’attenzione sugli incaniati di Genserico, perché il pericolo nel posto x non è lo sgombero ordinato dallo stato, ma i saccheggi dell’antistato.

Antistato, apriti cielo.

Aver definito gli incaniati di Genserico riduttivamente antistato non è stato apprezzato da chi, poco prima, mi aveva preceduto nel turno di parola.

No, antistato non andava bene, non rendeva giustizia a chi era entrato in un luogo altrui e chiuso per depredare anche il marmo dei pavimenti.

In effetti il mio interlocutore aveva ragione, ci sono forme migliori per intendere queste normali vicende umane.

A suo avviso sarebbe più giusto aprirsi al quartiere, ottimo penso, per evitare problemi di sorta.

E così torno a casa con un’incontenibile voglia di apertura, ben conscio delle potenzialità del comportamento ameno.

Durante la via di casa incontro degli ausiliari del traffico occasionali, in altri tempi li avrei chiamati parcheggiatori abusivi o anche estortori, e con allegra apertura regalo loro 5 euro.

Non mi basta, di là oltre le macchine vedo un signore che guarda il proprio cane, qualche ora prima avrei detto che quel cane stesse proprio cacando sul marciapiede ma invece ora sta solo aprendo offrendo il meglio di sé, che solo a guardarlo viene voglia di imitarlo.

Ma non faccio in tempo che vedo un tizio che sta prendendo in prestito una bicicletta aprendo il lucchetto senza usare l’apposita chiave, quindi con spirito di apertura lo richiamo – birichino! hai dimenticato la catena a terra.

Una volta a casa riguardo le foto del posto x, e capisco il mio errore e quello delle calcuttiane che, andandosene, dimenticarono le finestre troppo aperte.

Colpa dell’umidità se sparì anche il tazzone del cesso. Altro che antistato.